Commissioni: scegliere bene tra fisse e variabili
(B&F, 3-2.2001)
Intervista a Mario Fabbri, amministratore delegato di Directa sim.

Borsa & Finanza ha chiesto a Mario Fabbri, amministratore delegato di Directa, come riuscire a fare un calcolo dei costi da affrontare, senza perdersi nella valanga di proposte.

«È necessario prima di tutto capire che tipo di trader si è: investitore o speculatore, con un numero basso di operazioni in un anno, oppure molto alto. Conta molto ai fini d ell’individuazione di un buon rapporto tra costo e ricavo anche la dimensione degli ordini effettuati. Noi di Directa, per fare un esempio, siamo poco convenienti per chi fa poche operazioni e per chi tiene sul conto molta liquidità di capitali: non abbiamo previsto infatti interessi».

Quale può essere considerata la soglia minima in numero di operazioni per rendere conveniente operare con voi?
«Diciamo che il nostro cliente tipo è quello che fa girare il capitale cento volte o più in un anno».

Quali sono i costi da tener presente nel momento in cui un trader decide di investire il proprio capitale?
«Una volta individuato il tipo di investitore che si vuol essere bisogna andare a verificare le condizioni delle commissioni: quasi tutte le società di intermediazione offrono la possibilità di scegliere tra commissioni fisse e variabili. Le prime vanno bene per chi opera molto i termini di numero di operazioni, le altre per chi si muove poco. I costi di transazione sono quelli che si moltiplicano con le operazioni e penalizzano chi fa muovere il capitale. Varia comunque il concetto di costo e ricavo, perché il non avere interessi sulla liquidità può essere un costo».

Ci sono altre spese da considerare?
«Si, infatti, oltre ai costi visibili che sono quelli delle commissioni, bisogna tener presenti anche quelli cosiddetti occulti, tra i quali ci sono i canoni mensili, le quote d’ingresso. Chi opera sui mercati stranieri deve poi stare attento ai costi del cambio e ad alcuni diritti speciali che non sono espressamente dichiarati ma che alla fine vengono conteggiati. Questi interessano soprattutto chi in un stessa giornata investe sulla borsa italiana, poi sposta il capitale sul Nasdaq e infine torna nuovamente sui mercati domestici. A questo punto diventa rilevante non disperdere soldi».

I valori minimi e massimi delle commissioni variabili quanto influiscono?
«Molto. Chi fa piccoli ordini deve valutare con attenzione il minimo, per chi fa quelli più grossi sono importanti le quote massime. Noi siamo orientati a dare i migliori prezzi per chi è molto attivo e può scegliere la commissione fissa a 9 euro. Anche per quelle variabili (a 1,9 per mille fino a 5 miliardi di transato e poi a 1,3 per mille) il tetto è comunque a 35 mila lire. Invece non abbiamo minimi: questo per far sì che anche chi voglia provare a fare un piccolo investimento lo possa fare. Certo le 300 mila che chiediamo come quota d’ingresso in parte già selezionano la clientela. Mediamente la nostra clientela paga alla fine uno 0,4 per mille, sotto le 8 mila lire per ordine di ricavi medi».

Che tipo di investitore dovrebbe rivolgersi a voi?
«Pensiamo di essere conveniente per l’investitore frequente, per quello che fa ordini intorno ai due milioni o sopra i 300. Sicuramente non andiamo bene per chi punta alla remunerazione sulla liquidità. E comunque i nostri clienti possono cambiare ogni mese il proprio profilo e quindi le condizioni. Volendo pagare poi una quota di 1,5 milioni, si può avere fin dall’inizio la commissione variabile più bassa a 1,3 per mille».