I fondi speculativi offrono, in media, performance interessanti.
E' meglio però guardare dentro ai portafogli, per scoprire in cosa realment investono.
Ecco le principali strategie che seguono i loro gestori.
Una crescita del 400%: è quella degli assets gestiti dagli hedge funds nel mondo dal 1994 ad
oggi, dovuta per il 120% a nuova raccolta e per il 280% alle performance. Sono i dati resi
noti dallo studio Rasini & C. nell'ambito del convegno organizzato da Iside,
Istituto Internazionale di Documentazione Economica.
I dati parlano chiaro: i fondi cosiddetti speculativi hanno dimostrato di poter ottenere
performance positive, o quanto meno poco negative nei momenti peggiori delle borse mondiali,
grazie alla loro specifica decorrelazione dall'andamento dei mercati.
Al fine di verificare il rendimento generato da questa tipologia d'investimento durante
i periodi negativi del mercato sono stati confrontati i rendimenti dell'indice Hfri fund
weighted composite index con quelli dello S&P 500 nei quattro periodi più difficili
dell'ultimo decennio.
Gli intervalli considerati sono quello tra il febbraio '94 e il gennaio '95, quello tra il
luglio '98 e l'ottobre '98, quello tra marzo '00 e dicembre '00 e i primi cinque mesi di
quest'anno.
Durante tutti questi intervalli, tranne che durante il terzo, i fondi hedge hanno reso più
dell'indice rappresentativo delle maggiori società del mercato azionario americano.
E a rendere ancora più appetibili questi strumenti interviene la loro caratteristica
fondamentale e cioè il fatto che il loro rendimento medio non segue l'andamento dei mercati.
La correlazione tra l'indice S&P e il rendimento medio di un fondo hedge, infatti,
raramente supera il 10%.
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Equity long/short
Questa strategia di gestione viene realizzata componendo i portafogli con posizioni
lunghe -d'acquisto- in azioni sottovalutate e posizioni corte -di vendita- in azioni
sopravvalutate, allo scopo di attenuare o annullare le fluttuazioni del mercato.
La differenza tra le posizioni lunghe e corte è l'esposizione netta al mercato.
Il rendimento di tale strategia dipende pertanto solo in parte dall'andamento del
mercato -a seconda dell'esposizione netta- ed è perciò quasi completamente attribuibile
all'abilità del gestore nello stock picking.
Il rendimento medio di questo strategia dal 1990 a oggi ha superato ampiamente l'indice
Standard and Poors 500 e ha quasi doppiato quello dell'indice MSCI World.
Inoltre la volatilità media è stata inferiore a quella di entrambi gli indici di mercato e
ha consentito a questi hedge fund di aver il miglior rapporto rischio rendimento.
Ciononostante la strategia non è priva di rischi.
Il gestore deve essere in grado di individuare sia i titoli sottovalutati che quelli
sopravalutati e deve eventualmente scegliere il segno e la dimensione dell'esposizione
netta al mercato.
La dimensione di una posizione su un singolo titolo può inoltre avere effetti sulla
liquidità del titolo stesso, rendendo a volte difficile lo smobilizzo a prezzi convenienti.
Bisogna infine considerare le difficoltà nella gestione della parte short, ovvero la
possibilità che l'intermediario richiami il titolo.
Equity short seller
Questa strategia è una specializzazione di quella precedente e consiste nella vendita
allo scoperto di società con situazioni problematiche o addirittura in stato di frode e
nello sfruttamento delle fasi di discesa del mercato a proprio favore.
Il modesto rendimento generato nell'ultimo decennio è da attribuirsi alla fase rialzista
del mercato che certo non ha favorito questa tattica.
Questi strumenti infatti danno il loro meglio proprio nelle fasi di maggior difficoltà del
mercato: tra marzo e dicembre dell'anno scorso gli hedge fund short seller hanno reso oltre
il 60% a fronte di un rendimento negativo di quasi tutti gli indici azionari.
Questi fondi sono quindi validi strumenti per alleviare le cadute del mercato perché
caratterizzati da una forte correlazione negativa con l'andamento degli indici azionari.
Ma anch'essi non sono privi di rischio.
E' infatti necessario che il gestore abbia non solo la capacità di selezionare i titoli su
cui essere corto ma sappia anche individuare il timing giusto per effettuare l'operazione.
Ancora più forte che nel caso precedente è il rischio di short squeeze, ovvero la
possibilità che i titoli venduti allo scoperto vengano richiamati dalla controparte proprio nel
momento critico. Bisogna infine considerare l'andamento tipico del mercato: spesso i titoli
ampiamente sopravvalutati ritardano il processo di aggiustamento verso il valore fondamentale
-e il fondo dunque impiega più tempo a perseguire la strategia- ed è perciò fondamentale che
l'investitore abbia la possibilità e la volontà di attendere a lungo.
Event driven
Le strategie event driven si focalizzano su particolari eventi -come operazioni s
traordinarie dell'azienda- che possono produrre una crescita nel valore delle azioni delle
società coinvolte in un definito orizzonte temporale.
Le due sotto strategie principali sono rappresentate dal merger arbitrage e dal distress
securities.
Merger arbitrage
La strategia merger arbitrage si focalizza sulle operazioni di fusione e acquisizione;
in particolare, tali fondi comprano,successivamente all'annuncio di fusioni tra due società,
azioni dell'azienda che viene acquisita e vendono i titoli dell'entità acquirente,
secondo un ammontare dipendente dal rapporto di scambio prefissato tra i titoli azioni delle
due società.
L'obiettivo è di guadagnare lo spread tra il prezzo di mercato e il prezzo dell'offerta
-il premio- evitando il rischio di mercato.
Se l'operazione procede senza problemi, la quotazione di mercato dei titoli dell'azienda
acquisita tenderà a raggiungere il prezzo di offerta.
Il rischio più comune di questa strategia è che l'operazione di merger non si concluda.
Questa situazione può dipendere da molteplici fattori: disposizioni governative, volontà degli
azionisti, natura
dell'operazione -ostile o meno-, interesse di altre società.
C'è anche il rischio spread, ossia la possibilità che il premio stimato sia in realtà inferiore.
Distress securities
I gestori che utilizzano la strategia distress securities si focalizzano sulle opportunità
generate dalle situazione di bancarotta, liquidazioni e ristrutturazioni.
Questi fondi investono in obbligazioni e strumenti a reddito fisso, tra i quali anche i junk
bonds, con diritto di credito privilegiato, in cui il rischio perciò risulta essere meno
elevato, ma spesso investono anche in titoli azionari.
L'ottimo rendimento ottenuto nell'ultimo decennio deve anche in questo caso essere ponderato
con la situazione economica del periodo storico considerato. Questa strategia è
anch'essa sensibile al periodo.
Il rischio tipico a cui è soggetta è che la situazione critica non si risolva.
Inoltre, un aumento dei tassi d'interesse e/o un rallentamento dell'economia porta in genere
a una contrazione del margine di profitto dell'azienda.
Anche la variabile tempo gioca un ruolo fondamentale, tanto che questo tipo di strategia viene
definito "long patience" perché i tempi di recupero sono in genere piuttosto lunghi.
Convertible arbitrage
Tale strategia consiste nell'acquisto di azioni convertibili e nella vendita contestuale
di un ammontare specifico di azioni appartenenti alle stessa società, allo scopo di coprirsi
dall'esposizione di mercato.
Il gestore cerca di sfruttare le situazioni di mispricing nelle relazioni di prezzo tra
obbligazioni convertibili e azioni, in particolare di comprare l'opzionalità
della convertibile a un prezzo sottovalutato.
Anche questi fondi speculativi hanno dato soddisfazione ai loro sottoscrittori negli anni
novanta, con un indice di Sharpe più che doppio rispetto a quello dello S&P 500.
Bisogna però considerare che anch'essa è sensibile al periodo temporale considerato:
risente infatti fortemente della variazioni dei tassi d'interesse
e della volatilità del mercato.
Inoltre si ripresenta il già accennato problema derivante dalle vendite allo scoperto e cioè
il rischio del richiamo dei titoli in un momento indesiderato.
Fixed income arbitrage
Di questa strategia esistono numerose varianti: in termini generali, si tratta di costruire
portafogli che abbiano posizioni lunghe in obbligazioni emesse dalle società con rendimento
più elevato rispetto a quello delle attività che compongono le posizioni più corte.
In genere queste ultime sono costituite da titoli con massimo standing creditizio come i
Treasury bill, mentre le posizioni lunghe sono obbligazioni corporate o dei mercati emergenti.
L'obiettivo è di ottenere la convergenza dei rendimenti o, nel caso questi ultimi dovessero
mantenersi stabili, di lucrare la differenza dei tassi.
Sebbene questa strategia non abbia permesso di ottenere rendimenti molto eccitanti negli ultimi
anni, non ha nemmeno prodotto un'elevata volatilità.
I rischi che caratterizzano questa strategia sono quelli tipici dell'investimento
obbligazionario, ovvero l'esposizione ai movimenti della curva dei tassi e il rischio di
credito, anche se dipende dal tipo di tattica adottata.
Bisogna considerare anche i rischi derivanti dall'uso di una leva finanziaria in genere molto
sostenuta e quelli derivanti da possibili situazioni di illiquidità del mercato.
Equity Market Neutral
I portafogli di questa strategia sono composti da posizioni lunghe in azioni sottovalutate
bilanciate in uguale peso da posizioni corte in azioni sopravalutate in modo da annullare le
fluttuazioni del mercato. Q
uesta modalità d'investimento equivale quindi a quella long/short con esposizione nulla.
Per la scelta dei titoli in genere vengono utilizzati
modelli quantitativi allo scopo di scovare inefficienze di prezzo fra le azioni.
La strategia negli anni novanta ha ottenuto ottimi risultati e ha registrato una perdita
massima molto contenuta con un volatilità molto bassa.
Inoltre ha generato rendimenti positivi in ciascuno dei quattro periodi negativi precedentemente
considerati. Il rendimento di tale
strategia è quasi completamente attribuibile all'abilità del gestore e/o ai modelli
quantitativi di supporto allo stock picking.
Pertanto i rischi risiedono proprio in questi due fattori, ma ha
grande importanza anche la liquidità dei titoli e la possibile mancanza di correlazione tra
la parte lunga e quella corta del portafoglio.
Macro
I fondi macro prendono posizioni lunghe e corte in azioni, obbligazioni, valute, opzioni,
futures e commodities, utilizzando un'elevata leva finanziaria.
La denominazione Macro hedge fund deriva dal fatto che questi fondi non sono semplicemente
interessati alla futura evoluzione di alcune società, ma alla fortuna di interi settori o paesi.
Il rendimento offerto da questa strategia è stato piuttosto consistente anche se inferiore
all'indice S&P 500 ma, grazie alla minor volatilità, hanno ottenuto una performance corretta
per il rischio superiore all'indice delle maggiori aziende del mercato americano.
Da notare anche che rispetto alle altre classi di fondi hedge questa è caratterizzata da una più
forte correlazione con gli indici azionari. Operando senza alcun vincolo questa strategia
racchiude in se tutte le diverse forme di rischio viste in precedenza.
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